Qoylluriti: pellegrinaggio andino tra spiritualità peruviana e sincretismo sacro
Ogni anno, tra le vette sacre delle Ande peruviane, migliaia di pellegrini si incamminano verso il santuario di Qoyllurit’i, in uno dei riti più intensi e profondi dell’intero continente sudamericano. Questo pellegrinaggio, che affonda le sue radici nel tempo precolombiano e si intreccia con la tradizione cristiana, è molto più di una festa religiosa: è un viaggio simbolico, un cammino iniziatico, una danza tra mondi che si incontrano.
Anche per me e per Laura, che da anni percorriamo il sentiero della Tradizione Mistica Andina, Qoyllurit’i ha rappresentato un punto di convergenza tra il vissuto interiore e la forza collettiva del rito. In particolare, l’esperienza vissuta da Laura come Warmi Tusoq — danzatrice sacra — ha segnato un passaggio profondo nel suo cammino, toccando corde che uniscono il corpo, l’anima e lo spirito della terra. È stata seguita da un’antropologa olandese che ha documentato questo pellegrinaggio dando vita a un toccante documentario.
In questo articolo vorrei condividere non solo le radici storiche e spirituali di Qoyllurit’i, ma anche il significato che assume per chi, come noi, cammina da anni nella Tradizione del Tusoq e del Paqo: due percorsi paralleli e complementari che ci guidano a sviluppare la relazione con noi stessi, con la comunità e con le forze della natura e dello Spirito.
Perché Qoyllurit’i, in fondo, è questo: una chiamata. Una danza sacra che ci ricorda chi siamo davvero, nel cuore pulsante delle montagne.

Cos’è il pellegrinaggio di Qoyllurit’i?
Qoyllurit’i (che in lingua quechua significa “stella di neve” o “luce brillante”) si svolge ogni anno nei giorni che precedono la festa cristiana del Corpus Domini, nei pressi del ghiacciaio Qollqepunku, a oltre 4.600 metri di altitudine. I pellegrini appartengono a varie nazioni danzanti (le cosiddette “comparsas”), provenienti da tutta la regione del Cusco, che salgono in gruppo fino al santuario portando con sé danze, costumi, offerte e canti.
È un pellegrinaggio faticoso, fatto di cammino, altitudine, gelo notturno e silenzio. Ma anche di allegria condivisa, ritualità profonda e connessione con le forze invisibili che abitano la montagna.

Origini storiche e sincretismo andino-cristiano
Qoyllurit’i rappresenta forse la manifestazione più potente del sincretismo tra la cosmologia andina e il cattolicesimo coloniale. Ufficialmente legato alla figura di Cristo in una leggenda che narra di un’apparizione miracolosa, il pellegrinaggio è in realtà un’antica celebrazione della stella Qollqe (parte della costellazione delle Pleiadi), che annuncia la fine della stagione delle piogge e l’inizio di un nuovo ciclo agricolo.
La croce e la danza convivono con il culto degli Apus (le montagne sacre) e con i simboli dell’universo andino. È il trionfo di una spiritualità viva, che ha saputo integrare, senza annullare, l’influenza del mondo occidentale.

Il cammino del Tusoq e del Paqo
Nel cuore della Tradizione Mistica Andina si distinguono due vie principali: quella del Tusoq, il danzatore sacro, e quella del Paqo, il sacerdote o custode delle forze invisibili. Entrambe rappresentano modalità diverse, ma profondamente complementari, per entrare in relazione con l’energia vivente della Natura, sviluppare consapevolezza e servire la vita.
Attraverso il cammino iniziatico, queste due vie conducono alla capacità di generare armonia relazionale: con se stessi, con il tessuto sociale e con le dimensioni naturali e spirituali del Vivente. È così che si realizza l’essenza del percorso spirituale inca: sviluppare, in modo consapevole, la capacità di mettere in relazione dinamica e armonica le forze che governano il mondo psichico — pensiero, sentimento, emozione e azione.
Il Tusoq danza il mondo: attraverso il movimento, il ritmo e la presenza, egli armonizza la propria energia con quella del Cosmo. La sua danza non è spettacolo, ma preghiera incarnata. Il Paqo, invece, lavora nel silenzio, nel respiro, nella connessione profonda con le forze della Terra e del Cielo.
In questo senso, partecipare al pellegrinaggio di Qoyllurit’i come Tusoq o come Paqo non è solo un atto simbolico: è un atto di potere, di offerta, di alleanza. È il corpo che diventa ponte tra visibile e invisibile.
Esperienza personale: un cammino vivo
Vivere questa esperienza per me come Paqo e per Laura come Tusoq, percepire l'essenza sacra di questo luogo, l'immensità del suo paesaggio, il cielo terso e la meraviglia del cielo stellato, ha lasciato in noi un segno indelebile. In quel contesto non c’è separazione tra rito, fatica, corpo, emozione. Ogni gesto, ogni passo, ogni respiro partecipa a qualcosa di più grande.
Il cammino spirituale non è fatto solo di intuizioni o meditazioni, ma anche di esperienze incarnate, profonde, capaci di toccare il mistero nel cuore stesso della materia.
Se vuoi immergerti in questa dimensione con occhi più vivi, ti consiglio di guardare il documentario realizzato da Lotte Haase, che ha seguito Laura nel suo pellegrinaggio come parte della sua tesi di antropologia. Il video offre uno sguardo rispettoso, toccante e autentico su cosa significa davvero essere parte di Qoyllurit’i.

Dal libro le "Montagne parlano i fiori parlano" di Massimo Romagnolo:
"Sono molto stanco, siamo a quasi 5000 metri, la valle è molto fredda, faccio veramente fatica a camminare e devo muovermi lentamente con il pesante zaino sulle spalle, l’impatto con l’altura più elevata e l’energia del luogo è impegnativo. Don Martin mi spiega che è naturale, perché gli Apu mi stanno verificando e ripulendo. Entrare nella bolla di energia della waka dei Q’ero è molto emozionante e sento di essere parte stessa di questa antica comunità. Ricevo il Karpay da Lorenzo e Martin, prima sotto e poi sopra la waka. È un’esplosione di energia, gioia e gratitudine. Sto ricevendo il Karpay a Qoyllurit’i a 5000 metri.
Ce l’ho fatta!"........

Qoyllurit’i oggi: un rito ancora vivo

Nonostante le pressioni della modernità, Qoyllurit’i è ancora vivo. Forse più vivo che mai. Sempre più giovani si riavvicinano a queste radici, sentendo che proprio lì — nel silenzio, nella danza, nella montagna — può rinascere una spiritualità autentica, incarnata, non dogmatica. Una via per ricordare chi siamo davvero.
E forse è questo il più grande insegnamento di questo pellegrinaggio: non serve salire sempre più in alto, ma entrare sempre più in profondità. Nella terra, nel cuore, nella relazione con il mondo.